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"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo
obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita."
Enrico Berlinguer
 FEDERAZIONE PROVINCIALE SINISTRA GIOVANILE DI TERNI Via Mazzini 29/L - Terni Telefono 0744 407541 e mail: fedsgterni@libero.it
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26 novembre 2007
Comunicato stampa
SINISTRA GIOVANILE DI TERNI GIOVANI DELLA MARGHERITA DI TERNI GIOVANI DEI REPUBBLICANI EUROPEI ASSOCIAZIONE PUNTO DEMOCRATICO
GIOVANI DEMOCRATICI DI TERNI OGGETTO: Prima riunione “Giovani democratici di Terni” Venerdì 23 si è tenuta presso l’ex sede dei Democratici di sinistra di Terni la prima riunione dei giovani sostenitori del Partito Democratico. Hanno partecipato all’iniziativa poco meno di 50 ragazzi, dato che ci incoraggia è ci riempie di entusiasmo. La discussione si è incentrata sopratutto sul ruolo che riteniamo indispensabile nonché vitale dei giovani all’interno del Partito Democratico, riteniamo che un Partito “innovativo” come si profila il PD non possa certamente tener conto di forze preparate e desiderose di mettersi in gioco per costruire realmente una politica nuova, attenta alle esigenze del Paese, che coinvolga in maniera attiva tutti coloro ne sentano l’esigenza, a dispetto di una politica chiusa nelle stanze, figlia di scontri fra gruppi di classi dirigenti. Si è discusso sulla nascita di un associazione giovanile vicina al PD, da quello che si è appreso sembra ormai chiara la volontà di Walter Veltroni e Dario Franceschini di lanciare questo nuovo progetto ufficialmente in primavera con l’utilizzo delle elezioni primarie, ancora da stabilite le modalità e i tempi di quella che è certamente la novità più assoluta per quanto riguarda i movimenti politici giovanili. Si è deciso di iniziare a lavorare da subito su la stesura di un documento programmatico provinciale dove poter iniziare a tracciare realmente un percorso che ci dia la possibilità di esprimere il nostro pensiero su tematiche che riteniamo fondamentali per il nostro futuro nonché sul futuro nel nostro territorio. La prossima riunione dei “giovani democratici” si terrà Venerdì 30 alle ore 21.00 sempre preso l’ex sede dei Democratici di sinistra in Via Mazzini 29/L la nostra speranza è di avere una platea sempre più ampia, per costruire concretamente una grande realtà politica giovanile.
SEGRETARIO PROV. SINISTRA GIOVANILE Emilio Giacchetti COORDINATORE PROV. GIOVANILE DELLA MARGHERITA Matteo Orsini GIOVANI DEI REPUBBLICANI EUROPEI Luigi Gentile ASSOCIAZIONE “PUNTO DEMOCRATICO” Francesco Borzini
| inviato da sgterni il 26/11/2007 alle 15:26 | |
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22 novembre 2007
PD: CIRCOLI E FORUM PER COINVOLGERE I CITTADINI
La nomina transitoria dei coordinatori provinciali e l'avvio dei forum tematici ma soprattutto la costruzione di circa 8000 circoli del Partito Democratico in tutta Italia. E' questa la tabella di marcia dei lavori delineata oggi nella nuova sede del Partito Democratico. A compilarla al fianco del segretario Walter Veltroni e del coordinatore Goffredo Bettini i segretari regionali del Pd.
«Tra dicembre e gennaio – ha spiegato il segretario al termine dell’incontro - lavoreremo per costruire 8 mila circoli del Partito democratico in tutta Italia per portare il partito nei luoghi dove c'è la gente».
«Ma al tempo stesso – ha però tenuto a precisare illustrando le modalità in cui il nuovo partito si radicherà sul territorio - , il coinvolgimento sarà fatto con modi nuovi». I circoli del Pd avranno, infatti, caratteristiche e collocazioni diverse rispetto alle sedi tradizionali dei partiti e saranno utilizzati anche mezzi nuovi di coinvolgimento come internet e le nuove tecnologie.
«Dobbiamo lavorare – ha concluso Veltroni - per costruire il Partito democratico attraverso il coinvolgimento del popolo delle primarie e non solo».
«E' andata molto bene e abbiamo preso decisioni all'unanimità. Ora – ha aggiunto Bettini - dobbiamo mettere il Pd con i piedi per terra, dobbiamo implementare l'esperienza democratica delle primarie e raccogliere entusiasmo, attese e speranze. Ci siamo dati un calendario di lavori – ha continuato - che si può riassumere in tre punti: l'elezione in forma transitoria delle strutture provinciali «che gestiranno la fase costituente fino alle decisioni della commissione statuto», la costruzione dei circoli di base e l'avvio dei forum».
«Il 24 novembre – ha poi spiegato più dettagliatamente affrontando il primo punto - ci sarà la nomina dei coordinatori provinciali e c'è stata una risposta alla sollecitazione mia e di Veltroni perchè ci fosse una grande rappresentanza femminile. In Calabria ad esempio c'è la scommessa di nominare 5 donne coordinatrici provinciali. Sarebbe un fatto simbolico e concreto importante».
Altra tappa decisa la costituzione dei circoli di base, il modo «per tornare a stare dove la gente vive, lavora, studia e la parola d'ordine è costruirne ottomila tra dicembre e gennaio».
«Si è preso atto – ha, infatti, evidenziato Bettini - di una fase di grande dinamismo politico del Pd che in un mese ha creato uno scenario politico italiano totalmente nuovo ed ha preso iniziative dalla legge elettorale alla sicurezza, che hanno stabilizzato il governo. Ora si tratta – ha continuato - di implementare la straordinaria esperienza delle primarie e raccogliere l'entusiasmo di tante persone».
«Daremo – ha poi aggiunto - un attestato a tutti coloro che parteciperanno alla fondazione dei circoli con una frase di Walter sul rinnovamento della politica e il nuovo simbolo». Un documento che testimonierà «che si è voluto fare un passo in più rispetto ad andare a votare alle primarie».
Ultimo punto affrontato nel corso della riunione: i forum tematici. «Io personalmente – ha affermato Bettini - li immagino molto aperti con il coinvolgimento di competenze e risorse della società italiana».
Forum che «dovranno - ha chiarito ancora Bettini - essere molto aperti perchè abbiamo bisogno come il pane di ripensare l'Italia e i suoi problemi in modo approfondito valorizzandone talenti e risorse. In questo senso i partiti tradizionali si erano troppo rinsecchiti».
Forum che avranno il compito di istruire temi su cui chiamare gli elettori a decidere. «Penso ad esempio – ha spiegato - al tema del testamento biologico, ma anche della cultura. Coinvolgere la società - ha concluso - è un obiettivo del Pd».
| inviato da sgterni il 22/11/2007 alle 1:34 | |
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22 novembre 2007
LA NOSTRA CARTA D'IDENTITA'
La 'P' verde e la 'D' bianca su uno sfondo rosso. Poi, sotto, la scritta 'Partito democratico' impreziosita da un ramoscello di ulivo. E' questo il nuovo simbolo del Pd, «la nostra carta di identità», presentato oggi presso lo Spazio Etoile in Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma.«Un simbolo – ha esordito il segretario nazionale Walter Veltroni - racconta l'identità di un partito e di una comunità e io credo che questo simbolo ci rappresenti bene. E' un simbolo rivolto al futuro, di un partito che nasce per una Italia nuova ed assume su di se l'identità nazionale». Un’identità nazionale racchiusa nei tre colori che lo compongono, gli stessi che però vogliono ricordare anche le «tre grandi tradizioni che stanno nel Pd»: il verde dell'ambientalismo e del laicismo, il bianco dei cattolici democratici e il rosso della tradizione socialista e del mondo del lavoro». «La sintesi - ha aggiunto - molto moderna e forte». Insomma, si tratta di «un simbolo rivolto al futuro, un simbolo fresco, nuovo», realizzato, come ha sottolineato con enfasi Veltroni, da un ragazzo molisano di 25 anni, Nicola Storto. «E' stata la bandiera italiana il punto di partenza per la creazione del nuovo simbolo del Pd – ha spiegato lo stesso autore, anch’egli presente in sala - . Le indicazioni che ci avevano dato – ha aggiunto - erano tre concetti: la modernità, la velocità e la pulizia».«Io sono partito dalla bandiera italiana - ha raccontato Storto - per la sua leggerezza, la pulizia della forma, la semplicità del messaggio, e anche la sua modernità».«E poi sotto al nuovo simbolo - ha concluso Storto – ho inserito l'Ulivo, perchè rappresenta la storia del Pd, la sua radice».
| inviato da sgterni il 22/11/2007 alle 1:33 | |
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20 novembre 2007
Prima riunione congiunta GOVANI DEMOCRATICI
FEDERAZIONE PROVINCIALE SINISTRA GIOVANILE DI TERNI COORDINAMENTO PROVINCIALE GIOVANI DELLA MARGHERITA GIOVANI DEI REPUBBLICANI EUROPEI ASSOCIAZIONE “PUNTO DEMOCRATICO” OGGETTO: Prima riunione congiunta GOVANI DEMOCRATICI Venerdì 23 alle ore 21.00 presso l’ex sede dei Democratici di Sinistra di Terni in Via Mazzini 29/L si terrà la prima riunione congiunta della Sinistra Giovanile, i Giovani della Margherita, i Giovani Repubblicani Europei, i ragazzi dell’associazione Punto Democratico e tutti coloro si sentano interessati alla costruzione di una grande organizzazione giovanile legata al Partito Democratico. Lo scopo di questa prima riunione è di incontrarsi, conoscersi ed iniziare insieme un confronto che ci porti al più presto alla presentazione di un documento programmatico dei “giovani democratici”. Vogliamo dare vita ad un progetto politico e generazionale, che interpreti le esigenze dei giovani italiani, strutturato, fortemente territoriale, plurale nelle forme e nei linguaggi. Non ci interessano operazioni di facciata, ma la creazione di nuovi spazi con tutti i ragazzi che siano disposti a farlo. Lo vogliamo fare mettendo al centro quelli che il 14 ottobre hanno votato alle primarie, e quelli che ad ogni livello, con determinazione e coraggio, sono stati eletti. Siamo convinti che questo sia il modo migliore per fare vivere il Pd tra le giovani generazioni, offrendo loro una casa, un luogo in cui partecipare in maniera attiva alla vita del loro Paese. Pensiamo ad un’organizzazione che incontrerà i giovani italiani nei luoghi dove essi vivono quotidianamente; nelle scuole, nelle università, sul lavoro, come pure nei luoghi della socializzazione e del divertimento. Oggi va reinterpretato il ruolo delle nostre organizzazioni, lo vogliamo fare in forme nuove, guardando all’associazionismo e ai movimenti, così come delle tante realtà che guardano con interesse alla costruzione del Pd, elementi costitutivi, linfa vitale, per il nostro nuovo percorso. Rinnoviamo dunque l’invito a tutte le ragazze i ragazzi che si ritrovano nel grande progetto del Partito Democratico a partecipare con entusiasmo e idee a questo grande primo appuntamento. SEGRETARIO PROV. SINISTRA GIOVANILE Emilio Giacchetti COORDINATORE PROV. GIOVANILE DELLA MARGHERITA Matteo Orsini GIOVANI DEI REPUBBLICANI EUROPEI Luigi Gentile ASSOCIAZIONE “PUNTO DEMOCRATICO” Francesco Borzini
| inviato da sgterni il 20/11/2007 alle 14:44 | |
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17 novembre 2007
Bozza documento Sinistra giovanile dell'Umbria: VERSO LA GIOVANILE DEMOCRATICA UMBRA
Questa è una bozza di documento che è stata approvata a maggioranza (7 a 5) nella segreteria regionale della Sinistra giovanile. Giovedì 22 verrà messo in votazione nella direzione regionale. Il documento propone lo scioglimento formale degli apparati delle vecchie giovanili di partito in favore della costruzione di un luogo di discussione più grande e aperto. Riteniamo che sia indispensabile nonché logico un processo costruttivo che renda realmente protagonisti tutti coloro credano in questo grande progetto. Crediamo fermamente che a decidere sul futuro degli under30 nel Pd non possano essere solamente i ragazzi presenti nelle Costituente e tanto meno che questa evoluzione possa avvenire senza cambiare nulla nelle giovanili attuali e senza alcun procedimento "dal basso" che renda protagonisti i giovani non iscritti ai partiti. Siamo convinti che la strada da percorrere sia quella di dar vita ad una conferenza organizzativa regionale aperta a tutti i soggetti interessati, singoli, associazioni, movimenti, per decidere insieme sul futuro di una generazione, che anche nella nostra regione, ha bisogno di essere ascoltata.
VERSO LA GIOVANILE DEMOCRATICA UMBRA E’ ormai passato un mese dalle primarie del Partito democratico. Tutti gli organismi regionali degli ex partiti di Margherita e Democratici di Sinistra dell’Umbria, da quel giorno, non si riuniscono più. Non solo perché dalla consultazione del 14 ottobre è stata eletta alla segreteria regionale Maria Pia Bruscolotti ed è stata nominata un’Assemblea costituente regionale composta da 120 persone, ma anche perché è evidente che il riunirsi di organi ormai legati ai vecchi partiti sarebbe in totale controtendenza con “la nuova stagione”. Presto, con la nomina dei coordinatori provinciali, anche gli organi di livello inferiore, le federazioni, cesseranno le loro funzioni politiche, cedendo al coordinatore provinciale tutte le competenze politiche di cui al momento sono investite. Già nei comuni i due partiti e i soggetti esterni che hanno aderito al Pd si riuniscono in modo congiunto, uniscono i gruppi consiliari ed elaborano linee politiche unitarie sui vari temi presenti nell’agenda politica. Anche per il livello comunale, le indicazioni provenienti dalla Costituente nazionale e regionale, prevedono la nomina dei coordinatori comunali entro la metà dicembre prossimo. TUTTO CIO’ CONSIDERATO Diventa ormai non più rimandabile la decisione di rivedere la strategia di avvicinamento al nuovo soggetto giovanile della Sinistra giovanile umbra. Appare sempre più incomprensibile la funzione della segretaria regionale e dell’esecutivo, ma anche il permanere in vita come “Sg” dei diversi circoli sparsi per il territorio. Sarebbe al momento più proficuo dichiarare lo scioglimento degli organismi regionali e federali della Sinistra giovanile e aprire, insieme alle altre giovanili presenti in Umbria e agli altri soggetti della società civile, la “nuova stagione dei giovani”. Una nuova stagione da far partire con una conferenza organizzativa congiunta delle diverse organizzazioni, aperta a chiunque sia interessato e concepita come importante evento mediatico. In quella occasione le vecchie organizzazioni superate sciolte e si procede alla costituzione di un Comitato, riconosciuto dal nuovo Pd, con il compito di traghettare i democratici under30 dell’Umbria fino alla costituzione ufficiale della nuova giovanile democratica. Il comitato, potrà dotarsi di portavoce. Lo scopo di questa scelta non è quello di “anticipare i tempi” – del resto altre giovanili di altre regioni hanno già imboccato la strada tracciata in questo documento – ma di non disperdere l’attenzione dimostrata dai nostro coetanei al momento delle primarie per il progetto del Partito democratico. I rapporti tra il futuro Comitato e il gruppo di under30 presenti nelle costituenti nazionale e regionale, dovranno essere incentrati sul mutuo riconoscimento, il dialogo continuo e lo stimolo reciproco nell’elaborazione di proposte ed idee. Lo scopo principale di questa collaborazione sarà quello di approdare ad una nuova giovanile nel tempo minore possibile, dando vita ad un manifesto politico ed organizzativo di qualità. Gli under30 eletti nella Costituente si faranno portavoce delle istanze del conferenza organizzativa all’interno della costituente del Pd.
TENENDO PRESENTE TUTTO QUESTO
SI CHIEDE ALLA SINISTRA GIOVANILE UMBRA,
AI GIOVANI DELLA MARGHERITA UMBRI,
AI GIOVANI REPUBBLICANI EUROPEI DELL’UMBRIA DI:
1) Sospendere da questo momento l’attività dei propri
gruppi a livello regionale,provinciale e federale, sciogliendo di fatto le
segreterie e gli esecutivi regionali, provinciali e federali. 2) Convocare in modo congiunto una Conferenza
organizzativa unica delle tre organizzazioni. Rigorosamente aperta a tutti i
soggetti che a livello individuale od organizzato intendano partecipare.
3) La
Conferenza
organizzativa ha l’obiettivo di sciogliere sostanzialmente le organizzazioni
giovanili e di dare vita ad un Comitato unica, con il compito di garantire,
nella fase di costruzione del nuovo soggetto giovanile, l’esistenza di un luogo
di discussione politica, dialogante con il Pd umbro, dei democratici under30.
PER TUTTI I DELEGATI ALLA DIREZIONE REGIONALE SG UMBRA: IMPORTANTISSIMA LA PARTECIPAZIONE (SI VOTERA QUESTO DOCUMETO) GIOVEDI 22 ORE 21.00 PRESSO SEDE DS PERUGIA CORSO VANNUCCI. FORZA GIOVANI DEMOCRATICI!
| inviato da sgterni il 17/11/2007 alle 17:39 | |
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8 novembre 2007
AL PD SERVE UNA NUOVA GRANDE ORGANIZZAZIONE GIOVANILE
di Fausto Raciti e Roberto Speranza,
Segretario e Presidente della Sinistra Giovanile Nazionale
La stagione politica che si è aperta con la nascita del Pd
rappresenta una straordinaria opportunità per le giovani generazioni. Si
tratta, innanzitutto, di ridare senso e funzione alla politica, di ridefinirne
un profilo tale da renderla il principale strumento per la costruzione di una
realtà migliore. Le sfide che l’Italia ha davanti a sé sono alte e complesse. Trovare il proprio
posto nel “nuovo mondo”, quello globalizzato, rafforzare il processo di
integrazione comunitaria, ricostruire coesione tra i tanti pezzi che compongono
il “mosaico sociale” della nazione: nord e sud, giovani e non, lavoratori
precari e stabili, cittadini ed extracomunitari. Solo così sarà possibile
ridare fiducia a ragazzi condannati dagli assetti sociali dell’Italia a
competere nella parte bassa e dequalificata del mercato del lavoro, presi da
una certa sfiducia - dato più antropologico che politico - nelle proprie
possibilità, in un Paese che cresce poco e redistribuisce sempre in direzione
degli interessi organizzati. La “nuova politica” dovrà essere in grado di costruire un rinnovato senso
dell’essere italiani, una nuova missione collettiva rispetto al futuro
dell’Italia. Il Pd, serve prima di tutto a questo. Nella sua azione politica e di governo,
dovrà misurare costantemente la sua sintonia con la nostra generazione. Dovrà
saper intaccare e disarticolare le corporazioni della società italiana, mettere
realmente al centro i saperi, la scuola e l’università, concepiti come gli
asset fondamentali della società di oggi e del futuro, saper promuovere merito,
talenti ed innovazione, liberando il lavoro dalle degenerazioni della
precarietà e offrendo al Paese una prospettiva di equità e sviluppo. Le prime scelte del nuovo partito vanno nella direzione giusta. Le elezioni
primarie e la composizione delle assemblee costituenti segnalano una carica di
innovazione significativa. La parità dei generi e la presenza degli “under 30” sono un elemento di
indiscutibile avanzamento sul terreno dell’innovazione della politica. Su
queste basi riteniamo fondamentale dar vita ad un nuovo grande soggetto
politico generazionale. Ci ha fatto riflettere vedere tanti giovani votare e candidarsi. Quando
parliamo di giovani parliamo essenzialmente di studenti, ricercatori,
lavoratori e disoccupati, che hanno deciso di fare un pezzo della loro strada
insieme a noi, nel Pd. Questi ragazzi hanno partecipato perché, per una volta,
hanno avuto l’occasione di essere protagonisti. Tale protagonismo non crediamo
vada disperso, ma valorizzato. Siamo ragazzi di questo paese che con fatica e piacere, quotidianamente
lavorano per un paese migliore con migliaia di coetanei. Vogliamo dare vita ad un progetto politico e generazionale, che interpreti le
esigenze dei giovani italiani, strutturato, fortemente territoriale, plurale
nelle forme e nei linguaggi. Non ci interessano operazioni di facciata, ma la
creazione di nuovi spazi con tutti i ragazzi disposti a farlo, da Enna a
Bolzano, da Bari a Genova. Non ci vogliamo ghettizzare, ma offrire a questo
nuovo grande partito l’opportunità di “dare priorità al futuro”.
Lo ha scritto bene su “Europa”, pochi giorni fa, Piero Giacon, giovane
costituente del Pd. La Sinistra Giovanile ed i Giovani della Margherita, le due organizzazioni
giovanili di Ds e Dl, sono stati strumenti importanti di rapporto con le
giovani generazioni. Esse hanno promosso la partecipazione studentesca nelle
scuole e nelle università, nei luoghi dell’aggregazione, nei territori,
sensibilizzando una generazione su grandi temi come la pace, il lavoro,
l’ambiente, i diritti e misurandosi con le grandi e piccole battaglie del
quotidiano. Oggi va reinterpretato il ruolo di queste organizzazioni. Lo vogliamo fare in
forme nuove, facendo all’associazionismo e dei movimenti, così come delle tante
realtà che guardano con interesse alla costruzione del Pd elementi costitutivi,
linfa vitale, per il nostro nuovo percorso. Lo vogliamo fare mettendo al centro quelli che il 14 ottobre hanno votato alle
primarie, e quelli che ad ogni livello, con determinazione e coraggio, sono
stati eletti. Siamo convinti che questo sia il modo migliore per fare vivere il
Pd tra le giovani generazioni, offrendo loro una casa, un luogo in cui
partecipare in maniera attiva alla vita del loro Paese. Pensiamo ad un’organizzazione
che incontrerà i giovani italiani nei luoghi dove essi vivono quotidianamente.
Nelle scuole, nelle università, sul lavoro, come pure nei luoghi della
socializzazione e del divertimento. Per questo crediamo che sia indispensabile,
a partire dai prossimi giorni, iniziare il percorso per dare vita al nuovo
soggetto generazionale, partendo dagli eletti nelle varie assemblee costituenti
ma sapendo che gli eletti non sono sufficienti. Per questo ci rivolgiamo alla
Sinistra Giovanile, ai Giovani della Margherita, a tutte le reti associative
giovanili che in queste settimane hanno lavorato alle elezioni primarie ed a
tutte le ragazze e i ragazzi che il 14 ottobre hanno votato. Ci rivolgiamo a tutti i ragazzi di questo paese ed al segretario Walter Veltroni,
perché ascolti la nostra richiesta di attenzione verso la nuova politica, che
non può che passare per le giovani generazioni: crediamo che sia
indispensabile, a partire dai prossimi giorni, costruire un comitato promotore
nazionale e relativi comitati regionali. Chiediamo che siano protagonisti di
questo la Sinistra
Giovanile ed i Giovani della Margherita che, a partire dagli
eletti nelle assemblee costituenti, costruiscano una rete per dare vita al
nuovo soggetto generazionale. Per parte nostra, la
Sinistra Giovanile metterà a disposizione tutte le proprie
migliori risorse, la propria storia e la propria esperienza; nella convinzione
che oggi più che mai le ragioni dell’impegno politico della nostra generazione
abbiano senso e trovino un campo fertile e ampio in cui cimentarsi per la
costruzione di una realtà migliore.
| inviato da sgterni il 8/11/2007 alle 1:20 | |
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5 novembre 2007
Direzione provinciale sinistra giovanile di Terni
VENERDI 09 NOVEMBRE ORE 21.00 VIA MAZZINI 29/L
DIREZIONE PROVINCIALE SINISTRA GIOVANILE DI TERNI
Ordine Del Giorno: - Valutazione politica sul risultato elettorale delle Primarie per il Pd - Programmazione politico programmatica dei prossimi 6 mesi - Valutazione e resoconto Festa de l'Unità 2007 di Terni - Varie ed eventuali
Vista la corposità e l'importanza degli argomenti da trattare è raccomandata la presenza e la massima puntualità.
Il segretario Provinciale Sg Terni Emilio Giacchetti
| inviato da sgterni il 5/11/2007 alle 12:17 | |
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5 novembre 2007
Ecco chi sono i 17 membri dell'esecutivo
Più donne che uomini, giovani, esponenti politici ma anche del mondo della cultura e dell'associazionismo. Ecco chi sono i componenti dell'esecutivo di Veltroni.
GOFFREDO BETTINI - Nasce a Roma nel 1952. Nel 1989 e ricopre per sei anni la carica di capogruppo del Pds al Comune di Roma. E' attualmente senatore della Repubblica e Presidente della Fondazione Cinema per Roma.
ANDREA CAUSIN - E' nato a Mestre nel 1972. Dal 1992 al 1994 è stato consigliere comunale per il Partito Popolare Italiano a Martellago, suo Comune di residenza. Dal 1999 al 2002 è stato Segretario Nazionale dei Giovani delle Acli. Nell'aprile 2005 è eletto consigliere regionale e si occupa in modo particolare dei temi legati al welfare, alle politiche del lavoro e alle attività produttive.
VINCENZO CERAMI - E' nato a Roma nel 1940. Allievo di Pier Paolo Pasolini. Ha scritto libri, romanzi, sceneggiature, opere teatrali.
ROBERTO DELLA SETA - E' nato a Roma nel 1959. Dal 2003 è presidente nazionale di Legambiente. Laureato in storia dei partiti politici, ha pubblicato diversi saggi tra cui "La difesa dell'ambiente in Italia. Storia e cultura del movimento ecologista" (2000) e "Dizionario del pensiero ecologico" (2007).
EMANUELA GIANGRANDI - 43 anni, nata a Lugo, in provincia di Ravenna. A 21 anni entra nel Consiglio Comunale di Lugo, dove rimane per quattro legislature, fino al 2004. In questo periodo ricopre le cariche di capogruppo, di assessore, oltre che di segretaria comunale del Pds. Nel 2001 è assessore provinciale a Ravenna, incarico che riveste tuttora, con le deleghe al Bilancio e programmazione finanziaria.
MARIA GRAZIA GUIDA - nata ad Amatrice (RI) nel 1954. E' sposata ed ha una figlia. Ha lavorato come assistente sociale in servizi istituzionali pubblici delle Asl. Si e' occupata di minori, famiglie in difficoltà e anziani. Dal 2001 ha iniziato una collaborazione con Don Virginio Colmegna operando in Caritas Ambrosiana fino al 2004. Da circa un anno ricopre la carica di vice presidente del Centro Ambrosiano di Solidarietà di Milano, che si occupa di giovani con problemi di dipendenza, salute mentale e progetti di coesione sociale nei quartieri difficili della città di Milano.
MARIA PAOLA MERLONI - nata a Roma nel 1963, ha una figlia ed è un'imprenditrice con un lungo curriculum di incarichi. E' stata presidente di Confindustria Marche. Nel 2006 è stata eletta alla Camera nelle liste della Margherita.
FEDERICA MOGHERINI - E' nata a Roma nel 1973, è sposata ed ha una figlia di tre anni. E' laureata in Scienze politiche con una tesi sul rapporto tra religione e politica nell'Islam. Nel 2001 è entrata nel Consiglio Nazionale dei Ds, successivamente nella Direzione Nazionale e nel Comitato Politico. Nel 2003 ha iniziato a lavorare al Dipartimento Esteri dei Ds, prima come responsabile del rapporto con i movimenti, poi come coordinatrice del Dipartimento, e da ultimo come responsabile delle Relazioni Internazionali. E' stata eletta all'Assemblea Costituente del Partito Democratico nel collegio 14 di Roma.
ALESSIA MOSCA - 32 anni, è membro della segreteria tecnica del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ha lavorato al Parlamento europeo e nell'ufficio relazioni istituzionali e internazionali di Alenia Aeronautica. Ha insegnato all'università Lorenzo de' Medici di Firenze e come visiting professor, all'universita' Cattolica di Milano. Ricercatrice dell'Arel, ha pubblicato diversi articoli sulle politiche dell'Unione europea.
ANDREA ORLANDO - Nato a La Spezia nel 1969. E' stato segretario provinciale dei DS (2001-2003) e componente della segreteria regionale. Dal 2003 assume incarichi presso la Direzione Nazionale dei DS, prima come vice responsabile del dipartimento organizzazione. Nel 2005 assume la direzione del dipartimento enti locali, incarico che lascia nel 2006 per assumere quello di responsabile organizzativo nell'ambito della Segreteria Nazionale dei Ds. Nello stesso anno, alle elezioni politiche, è eletto deputato nelle liste dell'Ulivo. In Parlamento è stato membro della Commissione Bilancio e poi di quella Politiche Comunitarie.
ANNAMARIA PARENTE - E' nata a Napoli il 17 settembre del 1960 e attualmente è responsabile del Coordinamento Nazionale donne della Cisl. Dal 1995 è responsabile del Coordinamento Nazionale donne del sindacato. L'8 marzo 2004 è stata nominata Ambasciatrice di Pace dal Centro di Pace tra i popoli di Assisi. E' sposata ed è madre di un bambino, Ennio di 7 anni.
LAURA PENNACCHI - E' nata a Latina nel 1948, vive a Roma. E' madre di due figli. Economista e docente autrice di numerosi saggi, Laura Pennacchi è stata parlamentare dei Ds e sottosegretario al Tesoro con Carlo Azeglio Ciampi.
ROBERTA PINOTTI - E' nata a Genova il 20 Maggio 1961. Sposata, con figli. Nel 2001 è eletta deputata e lavora nella commissione Difesa, di cui diviene Presidente dopo la rielezione al Parlamento nel 2006. Anche per questo incarico è la prima volta per una donna.
LAPO PISTELLI - E' nato a Firenze il 20 giugno 1964. Sposato, ha tre figli. Coordinatore della segreteria del Ppi dal 1999 al 2001, membro dell'Esecutivo e della Presidenza della Margherita è stato eletto al Parlamento Europeo nel 2004 ed è oggi capo delegazione.
ERMETE REALACCI - Nato a Sora (Fr) nel 1955 è presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati ed è presidente onorario di Legambiente. Ha guidato fin dai primi anni Legambiente - di cui è stato segretario dal 1983 al 1987 e poi presidente. E' da anni in prima fila nell'impegno per un'azione forte ed incisiva contro l'aumento dell'effetto serra e i cambiamenti climatici.
GIORGIO TONINI - Ha 48 anni, sposato con 7 figli, vive a Trento, dove è stato eletto senatore per l'Unione-Svp. E' vicepresidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama. Laureato in filosofia, è giornalista professionista. Negli anni dell'Università è stato presidente nazionale della Fuci. Tra i fondatori dei Cristiano sociali, ha fatto parte con Walter Veltroni della Segreteria dei Ds. E' stato uno dei 12 saggi che hanno redatto il Manifesto per il Pd. E' stato eletto alla Costituente nel collegio di Lavis nella lista Democratici con Veltroni.
ROSA VILLECCO CALIPARI - Nata a Cosenza nel 1958 è senatrice dei Ds eletta nel 2006 e componente della 4 Commissione permanente (Difesa) e della Commissione d'inchiesta sul fenomeno della mafia. E' membro della Delegazione italiana presso l'Assemblea dell'Osce.
Entreranno a far parte dell'esecutivo anche i capigruppo dell'Ulivo di Camera e Senato e il vice segretario Dario Franceschini.
ANNA FINOCCHIARO - Nata a Catania nel 1955, ha due figlie. E' capogruppo dell'Ulivo al Senato. Ex-pm, e parlamentare dalla X legislatura è stata per anni la responsabile del dipartimento Giustizia dei Ds e ha ricoperto anche l'incarico di presidente della commissione Giustizia di Montecitorio.
DARIO FRANCESCHINI - Nato a Ferrara nel 1958, è sposato e ha due figlie. Si iscrive alla Dc sotto la segreteria di Benigno Zaccagnini e fa parte del movimento giovanile. E' membro della direzione nazionale del Ppi e tra i fondatori della Margherita nel 2001. E' stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel secondo governo D'Alema e nel governo Amato con delega alle Riforme. E' attualmente capogruppo dell'Ulivo alla Camera e vice segretario del Pd.
| inviato da sgterni il 5/11/2007 alle 12:13 | |
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5 novembre 2007
Ecco l'esecutivo del Pd, nove donne e otto uomini
Nove donne e otto uomini: la 'squadra' di Walter Veltroni è pronta, il segretario del partito ufficializza l'esecutivo del Pd e dice: «Sono certo che queste donne e questi uomini, queste ragazze e questi ragazzi rappresenteranno al meglio quell'ambizione e quella speranza che tre milioni e cinque centomila persone ci hanno affidato con la straordinaria giornata del 14 ottobre». Un gruppo dirigente di 17 persone, alle quali vanno aggiunti il vice-segretario Dario Franceschini e i presidenti dei gruppi di Camera e Senato, dunque anche Anna Finocchiaro e chi prenderà il posto di Franceschini. L'esecutivo, che, si legge in una nota, garantirà una «gestione collegiale» del partito, è composto da: Goffredo Bettini, Andrea Causin, Vincenzo Cerami, Roberto Della Seta, Emanuela Giangrandi, Maria Grazia Guida, Maria Paola Merloni, Federica Mogherini, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Annamaria Parente, Laura Pennacchi, Roberta Pinotti, Lapo Pistelli, Ermete Realacci, Giorgio Tonini, Rosa Villecco Calipari. Veltroni, in una dichiarazione contenuta nella nota con cui è stata resa nota la composizione dell'esecutivo, spiega: «Con la nomina dell'Esecutivo inizia il cammino di una compagine di donne e uomini innovativa, fresca, aperta, autorevole che avrà il compito di interpretare al meglio la grande forza riformista che il Partito democratico vuole e deve rappresentare. Per la prima volta nella storia della politica italiana, le donne sono presenti in un organismo dirigente in numero superiore a quello degli uomini». Il segretario del partito sottolinea in particolare la presenza delle donne: «Con questa decisione non solo rispettiamo quanto previsto da una innovativa norma del regolamento delle Primarie, che prevedeva la piena parità tra i generi nella Costituente e nelle liste, ma con una scelta particolarmente significativa diamo vita ad un esecutivo in cui la presenza femminile è maggiore di quella maschile». Quindi, il segretario del Pd spiega il senso delle sue scelte: «Credo sia interessante valutare i diversi percorsi politici e culturali delle persone nominate. C'è chi ha svolto recentemente significative esperienze politiche o parlamentari, ma ci sono anche esponenti di mondi che fanno riferimento all'associazionismo, come Andrea Causin, al volontariato, come Maria Grazia Guida, al sindacato, come Annamaria Parente, all'imprenditoria, come Maria Paola Merloni, alla ricerca, come Alessia Mosca dell'Arel, donne che hanno un'esperienza di battaglie civili, come Rosa Calidari». E ancora: «C'è uno dei più autorevoli esponenti della cultura italiana, Vincenzo Cerami, che voglio personalmente ringraziare per aver accettato questo incarico. E c'è la sensibilità di persone come il presidente di Legambiente Roberto Della Seta a cui ho chiesto di portare dentro il partito, insieme con Ermete Realacci, il bagaglio della sua importante esperienza ambientalista». Per Veltroni, «l'esecutivo del Partito democratico rappresenta la giusta sintesi tra l'esperienza necessaria per chi si appresta ad un cammino così impegnativo e il coraggio e la forza del cambiamento delle generazioni più giovani». A complimentarsi con Veltroni per la scelta dei nomi che comporranno l’esecutivo del Pd è il presidente del Consiglio Romano Prodi. «E' una bella squadra, che potrà contare sul contributo di persone di indubbia esperienza e di giovani di grande capacità, ma soprattutto che rispetta nella sua composizione quella parità tra donne e uomini che rappresenta un impegno fondamentale che abbiamo preso in ogni fase della costituzione del Partito democratico. A tutti loro rivolgo i miei auguri di buon lavoro». Proprio questa inedita applicazione del concetto di parità uomo-donna, è la caratteristica dell’esecutivo maggiormente apprezzata da chi, come Vittoria Franco, già coordinatrice delle Donne Ds, di questa battaglia ha fatto uno dei punti fermi della propria attività politica. «Veltroni – ha detto - ha saputo raccogliere una domanda di reale e concreta attenzione alla presenza femminile nel nuovo Partito. Una domanda forte che ha accompagnato tutte le fasi preparatorie delle primarie. E' davvero un'ottima partenza. Nel nuovo Partito il protagonismo sociale e culturale delle donne non sarà né residuale né un'aggiunta a qualcosa di esistente, ma una delle dimensioni del cambiamento della politica».
| inviato da sgterni il 5/11/2007 alle 12:0 | |
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29 ottobre 2007
Si è aperta una porta di speranza
Il discorso integrale di Walter Veltroni all'Assemblea costituente del Pd
“Siamo giunti fin qui, si è aperta una porta di speranza”. Sono parole
che vengono dalla rivoluzione democratica inglese, e mi paiono
particolarmente adatte a una giornata straordinaria come questa. Siamo
giunti fin qui: finalmente i democratici, i riformisti italiani, hanno
un partito. Una casa comune, grande e nuova. Il sogno che insieme a
Romano Prodi abbiamo coltivato per così tanto tempo è diventato realtà.
Con lui abbiamo camminato a lungo. Sono stati anni di lavoro e di
impegno, che hanno messo alla prova la nostra fiducia e la nostra
tenacia. Ora si è aperta una porta, una porta di speranza: non
solo per noi, ma per l’Italia, che da troppo tempo aspetta una politica
adeguata ai suoi bisogni e alle sue ambizioni. L’hanno
spalancata, quella porta di speranza, i tre milioni e mezzo di italiani
che il 14 ottobre hanno cercato il loro seggio elettorale, l’hanno
raggiunto, non di rado a chilometri di distanza da casa, hanno fatto la
fila per votare ed hanno versato chi un euro, chi di più, per
finanziare questa grande impresa di innovazione politica. Aveva
ragione, Pietro Scoppola. La sua intelligenza, la sua passione civile,
la sua capacità di prevedere e di non mollare ci hanno aiutato ad
arrivare fin qui. Io voglio ringraziarlo, a nome di tutte le
democratiche e i democratici. Poco più di un anno fa, al convegno di
Chianciano dell’associazione “I Popolari”, questo nostro grande amico e
maestro si augurava, e aveva ragione, “che una costituente del Partito
democratico, se ad essa si arriverà, sia formata sulla base di una
partecipazione aperta come quella che si è avuta nelle primarie”. “La
partecipazione – spiegava Scoppola – è la condizione della novità; la
novità è la condizione della confluenza” tra di noi. Non era mai
successo, in Italia e neppure in Europa, che un grande partito nascesse
in questo modo: dal basso e non dall’alto, e da una così vasta
partecipazione popolare. Non era mai successo che un partito esprimesse
un’assemblea così ampia e rappresentativa, per la metà composta di
donne, ad anticipare quello che è il nostro impegno, che qui voglio
confermare: il 50 per cento di presenza femminile in ogni organismo e
ad ogni livello. Un’assemblea che ha dentro di sé la ricchezza
di centinaia di giovani, di ragazzi che hanno meno di vent’anni, di
ventitre persone di un’altra nazionalità, a portare punti di vista
differenti, a segnare la nostra apertura e la nostra voglia di novità. Come
hanno rilevato molti autorevoli osservatori internazionali, l’Italia si
conferma un laboratorio di inaspettata innovazione politica. Due
anni fa, alle primarie per il candidato premier del centrosinistra
italiano, andarono a votare in più di quattro milioni. In Francia, alle
primarie presidenziali, promosse pochi mesi dopo dal Partito socialista
e giustamente salutate come un grande evento democratico, si sono
espresse 200 mila persone. D’altra parte, erano complessivamente poco
più di 300 mila gli iscritti a Ds e Margherita che partecipavano ai
rispettivi congressi. Per eleggere assemblea costituente e segretario
del Partito democratico si è mobilitata una cittadinanza ulivista dieci
volte più grande: la stessa che aveva dato la sua preferenza a Romano
Prodi alle primarie del 2005. Il 14 ottobre abbiamo dunque avuto
la conferma che più di tre milioni di persone, nel nostro Paese, si
sentono parte attiva dell’Ulivo. E io voglio personalmente ringraziare
tutte le donne e gli uomini che sono andati a votare, gli elettori
democratici che lo hanno fatto per la prima volta e le migliaia di
cittadini militanti nei due partiti politici che esprimono un
patrimonio di passione e di consapevolezza politica che sarebbe
offensivo ridurre alla dimensione di un impegno di apparato. Tre
milioni e mezzo di persone si sono dette disposte a dare credito al
nostro partito, ma ad una precisa condizione: che il Partito
democratico dia loro la concreta possibilità di far sentire e far
valere la loro voce. Perché una cosa deve essere chiara, e da
domani praticata in ogni atto concreto di costruzione del nuovo
partito: il voto del 14 ottobre è stato un voto per il cambiamento, e
non per la continuità. E’ stato, è vero, una risposta alla
cosiddetta “antipolitica”, veleno del quale si alimentano le stagioni
di difficoltà di una democrazia. Ma non è stata una risposta in difesa
della politica così com’è, costosa e inconcludente, prepotente coi
cittadini e impotente dinanzi ai loro problemi. Milioni di italiani
hanno votato in nome di una politica nuova, più sobria nell’uso delle
risorse pubbliche e più efficiente nell’amministrarle, più umile e più
competente. In altre parole, quel voto è stato una precisa
richiesta di “discontinuità”. Di più: è stato esso stesso un atto di
discontinuità, che ha fatto invecchiare di colpo molte delle
consuetudini della politica italiana, rivelatesi quasi all’improvviso
per quel che sono: inservibili come ferri arrugginiti. Il nostro
vero problema, adesso, è come evitare di mettere il vino nuovo in otri
vecchi. E’ combattere la tentazione di inquadrare questa enorme novità
dentro schemi tradizionali. E’ non lasciarci prendere dall’illusione
che si possa semplicemente aggiungere il protagonismo di milioni di
persone alla forma-partito che abbiamo conosciuto nel Novecento e della
quale oggi sopravvivono pallide tracce. Se fosse così, davvero
avremmo fatto una cosa certamente utile, ma in definitiva modesta: da
due partiti ne avremmo ricavato uno. Ma non è stata questa
l’ambizione che ci ha mosso e che ha mobilitato il nostro popolo.
Insieme, abbiamo voluto dar vita ad un partito nuovo: per fisionomia
organizzativa, per orientamento politico e programmatico, per orizzonte
ideale e culturale. Col loro voto, i tre milioni e mezzo del
14 ottobre hanno già fondato un partito che in Italia non c’è mai
stato, diverso da quelli che conoscevamo prima: il Partito democratico
sarà, perché così lo hanno voluto loro, un partito di
cittadini-elettori. Non potrà essere un partito tradizionale di
iscritti, secondo i modelli già conosciuti nel Novecento. Modelli in
crisi da molto tempo e, con il calo complessivo dei tesserati e
l’abnorme aumento del ceto politico remunerato, da tempo rimpiazzati
nei fatti dalla prevalenza di personale politico permanente o
semipermanente: un partito di eletti o nominati che cooptano tra loro
altri eletti o nominati. Il popolo delle primarie ha travolto i
modelli del passato e ha fatto emergere un nuovo protagonista: non più
l’iscritto-tesserato né il politico professionista remunerato, ma il
cittadino-elettore attivo, che perlopiù non intende dedicarsi
stabilmente alla politica, ma rivendica il diritto di far sentire e
pesare la propria voce nei momenti decisivi della vita del partito nel
quale si riconosce. Siamo dunque in presenza di una figura
nuova, quella del cittadino-elettore attivo, il vero protagonista della
fondazione del Pd: ed è attorno al primato di questa nuova figura che
dobbiamo costruire il modello organizzativo del partito nuovo. Un
modello nel quale la partecipazione viene prima dell’appartenenza. Nel
quale la più grande energia nasce dalla più ampia libertà. Dall’insieme
di autonomia e di responsabilità diretta. E’ una sfida di innovazione,
ed è qualcosa che deve partire da noi, che deve entrare prima di tutto
nella nostra testa. Non succederà tutto dall’oggi al domani. Ma
pian piano i vecchi schemi saranno superati con naturalezza, le
identità che sembrano cristallizzate si adatteranno ai tempi nuovi, la
visione crescerà con il circolare sempre più ampio delle idee, e in
particolare con quelle dei giovani, che prima degli altri cominceranno
a ragionare solo in termini di Partito democratico, e non pensando al
passato. Come quei ragazzi che oggi crescono conoscendo e valutando
solo l’euro, e non certo rifacendosi alla vecchia lira, come chi ha
vissuto quel tempo può tendere ancora a fare. E il Partito democratico,
che già oggi nasce con questo segno di innovazione, sarà sempre di più
un partito nuovo. Discuteremo e decideremo se darci o meno un
tesseramento. In ogni caso, l’iscrizione non potrà più essere una
condizione per partecipare. Sarà una scelta non totalizzante. Il segno
della soddisfazione per aver aderito ad un partito veramente
democratico, la promessa di una disponibilità a lavorare su basi
volontarie per gli obiettivi comuni. Le decisioni rilevanti
dovranno essere prese con il metodo delle primarie aperte, ovvero dando
la parola e lo scettro ai cittadini-elettori. Con il metodo delle
primarie si sono scelti e si sceglieranno il leader e i segretari del
partito a livello regionale; e lo stesso dovrà avvenire per i candidati
alle massime cariche di governo nelle regioni, nelle province e nei
comuni. Il metodo aperto usato il 14 ottobre è quello che
meglio corrisponde all’idea di un partito federale e plurale. Autonomia
e federalismo saranno i tratti fondanti di un partito che saprà unire
gli obiettivi dell’aderenza alle peculiarità locali e della coerenza
con il disegno politico nazionale. Apertura e pluralismo saranno il
modo di funzionare di un’organizzazione che poco o nulla avrà a che
fare con le vecchie e tradizionali strutture di lavoro, che vivrà
invece di momenti e di “forum” aperti alla più grande partecipazione e
al contributo di tutti quegli studiosi e professionisti, di tutte
quelle persone che rappresentano i mondi del lavoro, della produzione,
delle istituzioni, delle università e degli enti di ricerca, del
volontariato e dell’associazionismo sociale e culturale; che
rappresentano, oggi, le migliori qualità italiane. Il coraggio
e la generosità con cui due grandi forze politiche, a cominciare da chi
le ha guidate fin qui, Piero Fassino e Francesco Rutelli, hanno deciso
nei loro congressi di dar vita al nuovo partito, devono ora trovare
pieno e coerente riscontro in tutti gli atti che andremo a compiere, in
ogni passaggio decisivo e in ogni scelta quotidiana che faremo in
questo nostro grande lavoro di apertura e di costruzione. Da
domani esistono solo persone, sedi, idee, strumenti, luoghi e forme di
confronto e di partecipazione del Partito democratico. E’ questo che
dobbiamo costruire. Tutti noi, tutti quelli che hanno votato alle
primarie, tutti coloro che da domani in poi vorranno avvicinarsi al
Partito democratico. Tutti con questo unico grande obiettivo. Tutti con
la passione e la responsabilità che questo impegno richiede. Un
partito strutturato più a rete che a piramide, presente e vivo nella
società, in particolare attraverso la promozione, nelle forme meno
dirigistiche e più autogestite possibile, in forte raccordo con
fondazioni, istituti, associazioni, riviste, di una grande e diffusa
pratica di formazione politica, rivolta soprattutto ai giovani come
prima e principale proposta di coinvolgimento e impegno, e intesa come
preparazione alla cittadinanza attiva e consapevole. Un partito
nel quale, in relazione a ciascun incarico politico, dovrà prevalere la
valutazione delle qualità personali dei candidati rispetto alle vecchie
appartenenze, a logiche oligarchiche o di corrente, a pratiche più o
meno lottizzatrici. Un grande partito di popolo, che parli delle
cose di cui parla il popolo e non di quelle di cui parlano i circuiti
mediatici, che costruisca una democrazia meno pesante e meno invadente,
più lieve e più veloce. Se siamo riusciti a mobilitare tre
milioni e mezzo di nostri elettori non è stato certamente solo ed
esclusivamente per la forza delle nostre organizzazioni, che dubitavano
di raggiungere livelli assai meno ambiziosi. E’ stato anche perché
siamo riusciti a parlare, spesso in modo radicalmente nuovo, dei temi
che riguardano la vita delle persone, di fisco e di mercato del lavoro,
di ambiente e di sicurezza, di contenuti e non di contenitori, di
programmi e non di candidature. E forse è per questo che già oggi,
prima ancora di nascere, i sondaggi ci attribuiscono il ruolo di primo
partito italiano. Un partito nuovo, ci hanno detto i nostri elettori, non nasce per se stesso, ma per l’Italia. Il
Partito democratico nasce con una missione precisa: rendere possibile
l’innovazione che necessaria all’Italia. Innovazione programmatica,
innovazione istituzionale, innovazione politica. Innovazione
programmatica, innanzi tutto. Un amico dell’Italia, Anthony Giddens, ha
scritto di recente che l’Italia è in Europa “la società bloccata per
eccellenza”. E quel che è più grave è che “il senso della crisi, tanto
visibile in Germania e in Francia, in Italia sembra non esistere. E’ un
paese forse troppo abituato alle crisi, e all’avvicendarsi dei governi,
per prendere troppo sul serio l’attuale impasse”. L’abbiamo
vista, questa difficoltà a prendere sul serio la crisi, in molte
reazioni conservatrici alle proposte di innovazione avanzate in questi
mesi dal Governo Prodi: quasi il Paese possa permettersi di andare
avanti così. Con il debito pubblico che la rigorosa azione dei governi
del centrosinistra aveva finalmente iniziato a far scendere e che nel
2005 è tornato per la prima volta a impennarsi. Con un avanzo primario
passato dal 6,6% del Pil nel 1997 allo 0,3% del 2005. Con una spesa
corrente al netto degli interessi passata dal 37,6% del Pil nel 2001 al
40% nel 2005. Con l’evasione fiscale arrivata a livelli record, con
stime che la danno a 100 miliardi di euro, 23 dei quali recuperati in
questo anno e mezzo anche per il maggiore rispetto che tutti gli
italiani stanno dimostrando verso le norme fiscali. Questa è la
situazione ereditata dal governo Prodi, che in un anno e mezzo ha
ottenuto risultati importanti: la riduzione del debito e del deficit,
le liberalizzazioni, il recupero di credibilità dell’Italia sul piano
internazionale e un accordo sul welfare su cui il giudizio più
eloquente è stato espresso da cinque milioni di lavoratori. Una nuova
dimostrazione di come il mondo del lavoro e il sindacato abbiano a
cuore gli interessi generali del Paese e sappiano farsene carico. Una
dimostrazione di fiducia nell’azione del governo che il sistema
dell’informazione sembra aver già dimenticato. E’ più facile
enfatizzare una votazione negativa al Senato o una dichiarazione
trionfalistica fatta da chi sembra aver dimenticato che quando era al
governo con cento deputati di maggioranza per cento volte è andato in
minoranza in un voto alla Camera. E bene ha fatto Prodi a richiamare
tutte le forze di maggioranza ad una più forte coesione attorno al
programma della coalizione. Voglio, Romano, che tu sappia di poter
contare sul sostegno convinto e deciso del tuo partito, del Partito
democratico. Non è un caso che gli indicatori sul clima di
fiducia delle imprese e anche dei consumatori siano migliorati rispetto
agli anni del governo di centrodestra. E’ il frutto di misure concrete.
Dalla stabilizzazione di migliaia di lavoratori precari alle regole più
rigorose per i contratti a termine, dall’aumento delle pensioni minime
al bonus per gli incapienti previsto dalla manovra finanziaria, fino
alla riduzione di cinque punti e mezzo dell’aliquota Ires e alla
semplificazione dell’imposizione fiscale sulle piccole imprese. Sono
segnali di inversione di tendenza in un contesto da anni critico per il
nostro Paese. L’Italia è in ritardo in base a quasi tutti i parametri
di Lisbona, compresi l’istruzione e gli investimenti nelle tecnologie
dell’informazione, per non parlare dei tassi di occupazione, in
particolare tra le donne in generale e gli uomini sopra i 55 anni. O
dei salari, che proprio ieri il governatore Draghi ha sottolineato
essere più bassi che negli altri principali paesi europei. Il tasso di
natalità, poi, è il più basso al mondo, anche perché più dell’80 per
cento dei giovani tra 18 e 30 anni vive ancora con i genitori. Il
deficit di infrastrutture, come sappiamo, è una vera e propria
emergenza. Ed emergenza è il fatto che la flessibilità, che è
parte dell’economia moderna, che può essere un’opportunità e una
scelta, troppo spesso per i ragazzi italiani è inaccettabile
frantumazione dell’esistenza e delle proprie aspettative. E’ qualcosa
che ci tocca nel profondo, che riguarda la nostra stessa ragion
d’essere, perché il Partito democratico è il partito del lavoro, delle
persone che lavorano, che creano lavoro, che rischiano per realizzare
le proprie aspirazioni, che hanno il diritto di ricevere le giuste
tutele. Non potrei dirlo meglio di come ha fatto qualche tempo fa
Alfredo Reichlin: “Nessun riformismo può essere fondato su lavori
‘precari’ e su ‘vite di scarto’, oggi condizione comune per milioni di
lavoratori”. E’ quello che succede, se non ci sono le giuste indennità
di disoccupazione, se non ci sono gli adeguati percorsi di formazione,
se non si torna all’idea che forme di contratto a tempo indeterminato
sono normali. C’è una generazione che già oggi subisce, e che
ancor più domani dovrà fare i conti, con la nostra distrazione o peggio
il nostro egoismo. Con la nostra incapacità di riformare il welfare, di
rendere accessibile e giusto il mercato del lavoro. Di scegliere
secondo il merito e dare spazio al talento e all’impegno. Di costruire
uguaglianza di opportunità e di rompere quell’immobilismo sociale che
mortifica le persone e frena il Paese. Sì, ognuno di noi, ogni padre,
farà sempre di tutto per aiutare il proprio figlio. Ma questo aumenta
le disparità, non cambia le regole del gioco e non fa crescere davvero
il Paese. E’ un’intera generazione di padri che deve entrare in
contatto e preoccuparsi di un’intera generazione di figli. Per
questo parliamo di un nuovo patto generazionale. L’Italia deve dare la
precedenza al futuro. Questo deve essere il criterio fondamentale delle
scelte che tutti noi dobbiamo assumere. Bisogna avere il coraggio di
mettere in discussione qualche certezza acquisita o rinunciare a
qualcosa, se questo vuol dire creare un’opportunità per il futuro. Non
c’è solo l’immediato. C’è il valore delle scelte che si fanno oggi per
avere benefici domani. Lo capì la generazione che nel dopoguerra
rimise in piedi un Paese a pezzi dal punto di vista materiale e morale,
ridandogli fiducia e slancio, ricostruendo Stato ed economia. Dobbiamo
capirlo noi, e certo nasce con questa ambizione, per rispondere a
questa funzione storica, il Partito democratico. Diamo
precedenza al futuro. Oggi noi siamo un Paese che spende tanto, ma
male, e non solo per l’enorme peso del debito pubblico. La nostra spesa
pubblica potrebbe produrre molto più sviluppo e molta più qualità
sociale. In Europa siamo considerati la controprova del successo dei
paesi scandinavi. Danimarca, Svezia e Finlandia dimostrano che è
possibile avere allo stesso tempo finanze pubbliche in salute, bassi
livelli di disuguaglianza e alti tassi di sviluppo, di competitività e
di occupazione. Il contrario del nostro Paese. La differenza sta
nell’innovazione. I dati comparati a livello europeo ci dicono che i
paesi che sono riusciti a realizzare riforme, cioè a immettere
innovazione nell’economia, nella società, nel sistema pubblico, sono
allo stesso tempo più competitivi sul mercato globale e riescono ad
assicurare elevati livelli di giustizia sociale. I paesi come il
nostro, che non riescono a riformarsi e ad innovare, non ce la fanno né
a tenere il passo con gli altri nella crescita e nello sviluppo e
nemmeno non dico a garantire l’uguaglianza, ma almeno a ridurre le
disuguaglianze. Faccio un solo esempio, su un tema che per me
assume di più, ogni giorno che passa, l’aspetto di una priorità
assoluta: la nostra lentezza nel produrre innovazione lì dove davvero
potremmo, per il patrimonio ambientale e i fattori immateriali di cui
disponiamo, essere un paese leader nel mondo globalizzato, creare
opportunità di crescita economica e estendere il benessere delle
persone e delle comunità. Perché non riusciamo a fare quel che si è
fatto in Germania, dove negli ultimi dieci anni si è investito nel
comparto delle fonti rinnovabili creando 200 mila posti di lavoro?
Perché sono pochi i casi come quello della STMicroelectronics, che solo
tre anni fa, guidata da Pasquale Pistorio, derivava il 25% dei suoi
profitti dai vantaggi economici acquisiti con l’innovazione sul piano
dell’efficienza e del risparmio energetico? Perché non si assume come
grande obiettivo nazionale quello di fare dell’Italia un paese leader
nella diffusione dei pannelli solari, sia termici per il riscaldamento
che fotovoltaici per produrre elettricità? Per questo l’Italia
ha bisogno del Partito democratico. Perché noi abbiamo la cultura
dell’innovazione che serve all’Italia. Una cultura che non è fatta solo
di grandi riforme di sistema, ma anche di applicazione al governo
quotidiano della spesa pubblica di una cultura imprenditoriale, che in
qualche misura deve essere introdotta anche nella pubblica
amministrazione e per i suoi dipendenti. Mettere sotto controllo e
rendere produttiva la spesa pubblica: questa è la priorità. Spendiamo
quanto gli altri per la giustizia, ma da noi ci vogliono anni per una
causa che negli altri paesi si risolve in mesi. Spendiamo come e più
degli altri per la scuola, ma non sappiamo incoraggiare la motivazione
e valutare il rendimento di chi fa formazione, e così finisce che a
contare troppo è ancora il contesto sociale e familiare, e che le
disuguaglianze tra i livelli di apprendimento non sono ancora a livelli
inaccettabili. Mentre i quindicenni del Trentino raggiungono livelli di
formazione di eccellenza paragonabili a quelli dei loro coetanei del
Nord Europa, un quindicenne su cinque del Sud non possiede il bagaglio
delle conoscenze definite “elementari” secondo gli standard
internazionali. E si potrebbe continuare all’infinito, per dire che il
problema per l’Italia è quello di rendere produttiva la spesa: per lo
sviluppo e per l’uguaglianza. Che stanno insieme. E non solo
perché, come abbiamo sempre detto, non c’è sviluppo economico senza
qualità sociale. Anche perché, come dobbiamo definitivamente imparare a
dire, senza crescita dell’economia e delle imprese ogni obiettivo di
equità sociale e di creazione di opportunità si allontana. O per essere
ancora più chiari: se l’economia va male, non ci può essere giustizia
sociale. E’ anche per questo che il Partito democratico è a
fianco delle imprese, che sono il motore della crescita del Paese, che
sono uno dei fondamentali fattori della sua “salute”. E’
pensando alle imprese, oltre che alle famiglie italiane, che abbiamo
parlato di un nuovo patto fiscale, della necessità e della possibilità
di cominciare subito a pagare meno tasse per pagarle tutti, recuperando
risorse dalla lotta all’evasione, come sta facendo il governo Prodi,
dall’abbattimento del debito e appunto dalla riqualificazione della
spesa pubblica. Ed è pensando alle imprese che dobbiamo preoccuparci di
riallineare i tempi della politica con quelli dell’economia: le aziende
del Nord corrono, affrontano le sfide della competizione
internazionale. A loro va fatto sentire che lo Stato è loro amico e sa
riconoscere e valorizzare chi sceglie la via dell’innovazione, della
qualità, dell’eccellenza. A loro vanno garantiti servizi efficienti,
infrastrutture e un contesto di sicurezza. Sicurezza che è una
delle questioni fondamentali su cui dobbiamo proseguire sulla strada
presa, vincendo definitivamente timidezze e conservatorismi, perché non
può essere chi non sa nemmeno cosa siano l’integrazione e l’inclusione,
ad affrontare nel modo giusto tutto ciò che ha a che fare con il
contrasto della criminalità e dell’illegalità. La politica
deve rispondere a tutte queste domande. Deve saper decidere con
rapidità e dare tempi certi. Non è possibile, ad esempio, che si sia
cominciato a parlare della Pedemontana lombarda alla fine degli anni
60, e che dopo decenni persi a fare un passo avanti e due indietro, si
sia arrivati al progetto preliminare solo alla fine del 2005, per
arrivare finalmente al bando per la progettazione definitiva la scorsa
estate. Dopo il superamento degli ultimi intoppi burocratici, la
Pedemontana aprirà i suoi cantieri tra il 2009 e il 2010 per chiuderli
tra il 2015 e il 2016. Tanto hanno dovuto e dovranno aspettare le aree
di Varese, Como, Lecco, Bergamo e della Brianza per essere collegate
tra loro in modo più efficiente senza convogliare traffico
supplementare sull’area di Milano. Tanto dovranno aspettare i
cittadini, per un’arteria di 87 km che farà risparmiare 23 milioni di
ore l’anno di tempo, di traffico, di inquinamento. Tradotto in termini
economici, significa un risparmio di oltre 500 milioni di euro l’anno.
E questo della Pedemontana lombarda non è purtroppo, come sapete,
l’unico caso. Basti pensare al Passante di Mestre o all’eterna vicenda
della Salerno-Reggio Calabria. Noi abbiamo bisogno di una politica semplice, che sappia ascoltare le esigenze dei cittadini, di una democrazia che decida. L’Italia
è malata. La sua malattia è la crisi evidente del nostro sistema
democratico. Quasi quaranta partiti, una gara imbarazzante per la
visibilità di ciascuno, ognuno che si sente, e purtroppo è, decisivo
perché viva una coalizione, un governo, una legislatura. Due senatori,
nella democrazia malata del nostro Paese, pesano più di milioni di
cittadini che hanno eletto un governo. Un sistema malato, dominato
dall’odio, in cui tutti vogliono distruggere e pochi assegnano a se
stessi il compito di costruire. Invece l’Italia ha bisogno di un
nuovo inizio, di una nuova stagione. Ha bisogno di una democrazia che
decida. Ha bisogno di una nuova coscienza civile, di un nuovo senso
della legalità e del valore delle regole. Ha bisogno che si affermi
l’etica della responsabilità sul cinismo della furbizia, ormai diffusa. Un’Italia
nuova nasce da un nuovo assetto istituzionale. Se qualcuno mi chiedesse
qual è, guardando in Europa, quello che preferisco, risponderei quello
francese. Tutto: sistema istituzionale e legge elettorale. Ma so
che insieme a ciò che è giusto c’è ciò che è possibile. E allora penso
che dobbiamo, oggi, da qui, rivolgere un appello a tutte le forze
politiche italiane, di maggioranza e di opposizione. Davvero è
interesse dei nostri cittadini che il Paese precipiti verso nuove
elezioni? Elezioni il cui esito sarebbe solo nuova ingovernabilità,
nuove risse, nuova frammentazione? I nostri avversari sbagliano se
pensano che il clima in cui si voterebbe sarebbe lo stesso di una
ipotetica festa dei banchi dell’opposizione per la caduta del governo
Prodi. La destra ha governato il Paese per sette di questi
ultimi tredici anni. Il leader dell’opposizione si è candidato alla
presidenza del Consiglio già quattro volte, la prossima sarebbe la
quinta, cosa che non succede in nessun paese del mondo. Nessuno
può fare la parte del passante o negare la propria quota di
responsabilità nella crisi del nostro sistema. Sette anni di governo
non sono un giorno. Con lo stesso numero di anni molte città italiane
sono cambiate profondamente. E c’è un’aggravante. Il
centrodestra si è sempre opposto ad ogni dialogo per le riforme. Prima
con la bicamerale, poi con lo strappo della “devolution”, oggi dicendo,
di fronte all’evidente crisi di sistema, “niente dialogo, subito alle
urne”. Sia chiaro, dobbiamo imparare, noi per primi, che la
Costituzione si cambia solo insieme, che non può reggere un Paese in
cui ogni maggioranza che vince si fa le riforme che vuole. Nella
scorsa legislatura la maggioranza non era esigua, ma il Paese non ha
conosciuto modernizzazione, né innovazioni profonde. Le ragioni sono
legate tra loro. La prima è la frammentarietà di coalizioni nate come
assemblea dei nemici dell’avversario. Non ci sono culture e visioni che
uniscono, né progetti veri da attuare. Ma la seconda ragione è legata
al fatto che non funziona la catena dei poteri. E questo provoca, in
tutto il tessuto del Paese, una confusione di ruoli, limiti,
responsabilità. Il potere democratico deve essere esercitato.
E deve essere, allo stesso tempo, potere e democrazia. La sinistra ha
avuto, in diverse fasi, paura della prima parola. Come se decidere,
governare fosse ridurre la ricchezza della partecipazione. E invece è
l’impotenza di chi decide, la frustrazione maggiore per i cittadini che
votano. Votano e vorrebbero decidere chi governa. E non vedere vertici
e verifiche, ministri che si dimettono a ripetizione, come nel passato
governo, o quelli che litigano in tv, come succede oggi. I
cittadini vogliono votare e vogliono che il Paese sia guidato, per
cinque anni, da un governo. Vogliono poi potere, con i loro movimenti e
con le loro associazioni, pesare sugli indirizzi. Questa è la
vera democrazia. Il potere e la partecipazione. Non una melassa
indistinta in cui è impossibile decidere e diventa persino difficile
partecipare. Al Partito democratico vorrei dire di non avere paura di
innovare, anche in questo campo. Ma è qui che rivolgo un appello
a tutte le forze politiche. Fare cadere il governo Prodi e andare a
votare con questa legge sarebbe un atto irresponsabile. Facciamo, per
una volta, ciò che il Paese chiede. Ciò che il Presidente Napolitano,
interpretando questa richiesta, esorta tutte le forze politiche a fare.
Ciò che è alla nostra portata, ora, in Parlamento, in pochi mesi.
Facciamo quello che i cittadini si aspettano e su cui concordiamo: una
sola Camera legislativa, la metà dei parlamentari nazionali, più poteri
al premier, più velocità di approvazione per le leggi proposte da chi
governa. E votiamo contestualmente una riforma del regolamento
parlamentare che stabilisca che non sarà più possibile formare dei
gruppi che non abbiano la stessa sigla con cui si sono presentati alle
elezioni. Facendo questo, avremo delineato un quadro delle
riforme urgenti e possibili e dunque sarà più facile trovare un
accordo, anch’esso possibile, sulla legge elettorale. In
questi giorni, leggendo i giornali, ho scoperto di essere in prima
pagina il lunedì in una alleanza di ferro con Fini contro il sistema
tedesco. Poi il martedì di avere stretto un patto d’acciaio con
Bertinotti a favore del sistema tedesco. Intanto il mercoledì avrei
complottato per far cadere il governo di Prodi al quale il giovedì mi
legherebbe un patto per l’intera legislatura. A forza di guardare oltre, di non fidarsi di ciò che si dice, si finisce con l’attribuire agli altri le proprie convinzioni. Devo
fare una premessa, per oggi e per domani. Io non coltivo l’idea che un
uomo politico debba ogni giorno stare in televisione, ogni giorno dire
la sua su tutto, ogni giorno animare o rispondere ad una polemica. Sono
fatto così. Penso che la televisione consumi volti, parole, idee. Penso
che abbia ragione Giorgio Napolitano a dire che ci debbano essere meno
politici in tv. Ma penso anche si debba smetterla con un’idea contabile
della par condicio. Un’idea secondo la quale non si può parlare di un
tema se non c’è, nello stesso luogo e nello stesso momento, qualcuno
che rappresenti la posizione contraria. Basterebbe passare ad una
concezione meno burocratica e chiedere ai conduttori di garantire la
pari dignità delle opinioni su base settimanale o mensile e non in ogni
minuto di ogni trasmissione. Ho nostalgia delle belle interviste di
Zaccagnini o di Berlinguer in tv. Ognuno esponeva le sue idee e i
cittadini giudicavano non le urla che si sovrapponevano ma le parole e
la sincerità di ciascuno. La mia opinione sul sistema elettorale
è che esso debba essere ispirato ad alcuni principi chiari: superare la
frammentazione, superare i governi senza maggioranza certa e senza
alternanza, superare l’anomalia dei candidati decisi dai partiti e non
dai cittadini. Lungo queste tre direttrici si può scrivere la
legge giusta per un Paese che ha tanti partiti e deve ridurli, che ha
metabolizzato il bipolarismo e vuole poter decidere i governi con il
voto, che ha amato scegliere i candidati nei collegi. Il
sistema tedesco o quello spagnolo non giacevano, quando furono
adottati, in qualche deposito di sistemi preesistenti. Sono stati il
vestito giusto per il loro paese in quel momento. Sono stati creati
dalla necessità storica. Dall’esigenza di non limitarsi a rispecchiare
le singole appartenenze o tendenze di opinione, ma di riuscire a
canalizzarle, favorendo le aggregazioni in grandi forze a vocazione
maggioritaria. In Francia l’Ump di Sarkozy al primo turno
delle elezioni legislative, lo scorso 10 giugno, ha ottenuto insieme ai
suoi alleati minori il 41,9% dei voti: una settimana dopo, alla
chiusura del secondo turno, ha conseguito con essi il 59,4% dei seggi,
il necessario per governare. Dal 2005 il Labour Party governa col 55,2%
dei seggi, ottenuto sulla base del 35,2% dei voti. Zapatero governa dal
2004 la Spagna con un 46,9% di seggi ottenuto a partire da un 42,9% dei
voti. In Germania Cdu e Spd con il 35,2% e il e il 34,3% hanno poi
avuto rispettivamente il 36,8% e il 36,2% dei seggi. Quello
che voglio dire è che in Europa, al fine di salvaguardare la stabilità
dei governi, i sistemi elettorali proporzionali hanno sempre una
correzione in senso maggioritario. Credo che ne dovremo tener conto,
tanto più in ragione della frammentata situazione italiana. Lavoriamo
lungo questi assi, e con questi modelli. Cerchiamo una soluzione
condivisa. Ma evitiamo, per il bene dell’Italia, di tornare a votare
con questa legge. Meglio di questa legge, giudicata, non
dimentichiamolo, in modo tranciante dagli stessi che l’avevano voluta e
approvata, è anche l’esito referendario. Ma meglio ancora è che il
Parlamento, in queste settimane, dia al Paese una legge coerente che
adatti i modelli europei alla nostra condizione particolare. Noi
cercheremo e sosterremo ogni soluzione migliorativa che possa evitare
di tornare a votare con la legge attuale. Siamo guidati da una sola
necessità politica che consideriamo non nostra ma del Paese. Il futuro
dell’Italia è in partiti con maggioranze coese sul piano programmatico.
Mai più una legge che costringa ad alleanze forzate e dunque a governi
deboli. L’ho detto in questi mesi, e anche su questo quasi il
76% dei cittadini delle primarie ha voluto darmi fiducia: il Partito
democratico pensa nella prossima legislatura ad una nuova stagione
politica ispirata alla centralità dei programmi e al valore della
coesione. Ne sono così convinto da pensare che il Paese tra un
messaggio confuso, vecchio ed eterogeneo dei nostri avversari e la
nitidezza di un partito che si presenti con un programma netto di
innovazione, la gara sarebbe del tutto aperta. Ed è una gara
che, in ogni caso, noi giocheremmo con l’obiettivo di conquistare la
maggioranza degli italiani, che è stanca della vecchia politica,
dell’odio inconcludente, dei riti, delle divisioni. E l’obiettivo è
raggiungibile, è possibile. Dipenderà da quanto il Partito democratico
riuscirà a rappresentare quei valori di unità e di novità che
costituiscono il nucleo forte del suo progetto. Dipenderà dalla sua
capacità di dialogare con la vita reale dei cittadini e con le
associazioni e i movimenti che li rappresentano. E anche dalla
sincerità, e se posso dire dall’umiltà, con le quali lavorerà per
intessere il dialogo e possibili convergenze con altre forze. A
cominciare dal movimento dei repubblicani europei, con il quale
vogliamo continuare il cammino intrapreso in questi anni. E con uno
sguardo rivolto, con particolare attenzione, a quelle forze di
ispirazione laica e socialista che possono e devono essere
interlocutore necessario di una grande forza riformista. Allo stesso
modo voglio rivolgermi ai dirigenti e ai militanti della sinistra
democratica che per molti anni hanno come me creduto all’utilità della
nascita di una grande forza che facesse riferimento all’esperienza
dell’Ulivo. Spero si possa avviare un dialogo e un confronto, con
l’obiettivo di ripartire da dove ci siamo lasciati un po’ di tempo fa.
Con particolare attenzione dovremo rivolgerci alle esperienze
pre-politiche, associative, del volontariato che esprimono la ricchezza
della presenza cattolica nella società italiana. Ma
complessivamente, il Partito democratico è interessato a che evolvano
processi aggregativi e innovazioni programmatiche e di valori in tutto
il sistema politico italiano. Per questo guardiamo con rispetto e
interesse alla possibile formazione di un’area di sinistra radicale che
abbandoni definitivamente schemi ideologici. Innovazione
programmatica e istituzionale, dunque. E innovazione politica. Da
tempo, infatti, abbiamo varcato la soglia del terzo millennio, e da
tempo avvertiamo l’insufficienza delle categorie culturali sulle quali
si è retta la politica di partito lungo l’arco del Ventesimo secolo.
Perché di quelle categorie culturali sono venuti meno in gran parte i
presupposti strutturali: basti pensare al primato dello Stato nazionale
in una dialettica con mercati altrettanto nazionali; o alla società
industriale fondata sulla produzione di massa e standardizzata. Al
loro posto, abbiamo a che fare con la globalizzazione dei mercati e con
la società della conoscenza e dei servizi. D’altra parte, le grandi
questioni ambientali hanno revocato in dubbio l’ideologia dello
sviluppo illimitato e meramente quantitativo, mentre gli stessi
progressi bio-medici propongono inediti dilemmi morali alla
intelligenza e alla coscienza dell’umanità contemporanea. Noi
abbiamo deciso di dar vita ad un partito e di chiamarlo “democratico”
in una fase storica nella quale si va diffondendo il dubbio sulla
plausibilità stessa di una visione umanistica della politica: è ancora
possibile, ci si chiede da molte parti, dinanzi a fenomeni di
proporzioni così gigantesche, che essi siano dominabili dalla libera
volontà delle donne e degli uomini che abitano il pianeta e dunque
siano, almeno entro certi limiti, oggetto di discussione e decisione
democratica? Molti sono gli elementi di fatto che spingono a
rispondere di no. E infatti molti parlano e scrivono, non senza
argomenti dalla loro parte, di fine della democrazia, della politica,
perfino della storia. Di tramonto dell’illusione umanistica, travolta
dall’impersonale materialità di meccanismi globali ingovernabili. Ma
proprio la radicalità della sfida che sta dinanzi a noi, ci dice quanto
ambizioso e tutt’altro che “leggero” sia osare definirci “democratici”.
Non si tratta di un’identità residuale, ottenuta per sottrazione di
aggettivi qualificativi: liberale, socialista, cristiano. Si
tratta al contrario di fare i conti con la vera questione,
intellettuale e morale, del nostro tempo, alla quale pur provenendo da
storie diverse, e anzi valorizzando ciò che è vivo di ognuna delle
culture che abbiamo alle spalle e delle tante contaminazioni alle quale
esse hanno dato vita, intendiamo dare una risposta comune: noi, i
democratici, crediamo nella possibilità di un governo umanistico delle
grandi sfide del nostro tempo e per questo intendiamo impegnarci con
tutte le nostre forze e costruire le necessarie alleanze in Europa e
nel mondo. Noi democratici crediamo che un rafforzamento
dell’Europa politica sia una condizione imprescindibile per far
avanzare una prospettiva di pace nel mondo. E crediamo che il
multilateralismo, ovvero il primato della politica e del diritto nelle
relazioni internazionali, possa scongiurare la prospettiva dello
scontro di civiltà ed evitare una nuova fase di corsa agli armamenti e
di proliferazione nucleare. Soprattutto oggi, quando dopo anni di
riduzione degli arsenali, Stati Uniti e Russia sono tornati ad
aumentare le spese per il loro ammodernamento e potenziamento. Quando
dobbiamo sentir dire dal Presidente Putin che nei rapporti con gli
Stati Uniti è tornato il clima della crisi dei missili del 1962. E
contro il riarmo nucleare bisognerà far vivere un nuovo grande
movimento d’opinione. Noi democratici crediamo nella
possibilità di regolare il mercato globale e di orientare la crescita
economica mondiale verso gli obiettivi di sviluppo umano indicati dalle
Nazioni Unite, potenziando e democratizzando gli strumenti di politica
economica internazionale e di negoziato commerciale multilaterale. Noi
democratici crediamo che non possa esserci sviluppo umano senza libertà
e senza il pieno riconoscimento del valore universale dei diritti
umani, dinanzi al quale non è accettabile alcun relativismo. Noi
democratici crediamo che sia possibile salvaguardare la vita sulla
terra ed evitare dannirreversibili all’ecosistema attraverso accordi
di contenimento delle emissioni nocive e di investimento nella ricerca
sulle fonti energetiche rinnovabili. Allo stesso modo, crediamo
nella libertà della ricerca scientifica e nel dibattito pubblico aperto
e laico come sede per la valutazione responsabile del bilanciamento tra
i vantaggi delle applicazioni delle tecnologie bio-mediche e i rischi
che esse comportino per la dignità della vita umana. Per dirla
in modo sintetico, noi democratici crediamo nel primato della ragione e
del suo strumento principe: la parola, il dialogo, la ricerca comune,
la creatività, l’immaginazione. E sentiamo estranea una visione che
riduca la politica a mero calcolo dei rapporti di forza, quasi essa
fosse, come pure è stato detto, la continuazione della guerra con altri
mezzi. Lo voglio ripetere: basta con l’odio. L’odio non fa altro che moltiplicare l’odio, e se rompe gli argini genera la violenza. Un
grande scrittore, che vive in una terra ferita e sofferente, ha detto
una volta pensando a noi, al nostro Paese: “In Italia si fa fatica a
comprendere come si vive, sempre in guerra e nella paura. Voi siete
fortunati”. David Grossman ha poi però aggiunto parole che valgono per
tutti e per ogni luogo: “Quando le persone vivono nel campo magnetico
dell’odio e della violenza, agiscono in un modo drammaticamente
sbagliato, contro il loro stesso interesse di uomini e di popolo”. Allontaniamo
da noi questo campo magnetico. La stagione dell’odio deve finire.
Possibile non si possa vivere e fare la politica senza odiare, senza
cercare ovunque nemici, rispettando gli avversari e le loro idee? Chi
non vuol capirlo non solo insiste nel fare un danno al Paese: decide di
proseguire su una strada lungo la quale agli occhi degli italiani
diverrà lontano, estraneo. Il Partito democratico aprirà in
questo senso una nuova stagione di civiltà politica. E lo farà, se così
dovrà essere, anche unilateralmente. Nella convinzione che di questo
l’Italia abbia bisogno. Di un tempo in cui le convenienze di parte
spariscono, quando di fronte si trovano le esigenze complessive del
Paese. Di saggezza e lungimiranza. Di rispetto per le istituzioni e
cura del loro funzionamento. Il nostro è un grande Paese,
nessuno lo dimentichi mai. Dobbiamo riscoprire tutto l’orgoglio di
questo. Lo ha detto pochi giorni fa un manager che ha salvato e
rilanciato ai massimi livelli la più grande azienda italiana. Un uomo
che sa benissimo che questo risultato è stato raggiunto perché ogni
dirigente, ogni impiegato, ogni operaio ha saputo mettere nel suo
impegno di ogni giorno l’attenzione e la passione che arrivano quando
si condivide uno stesso grande obiettivo. E che per questo, senza nulla
togliere al ruolo della contrattazione nazionale, come è giusto sia, sa
riconoscere il valore del lavoro anche con scelte di discontinuità e di
innovazione. “L’Italia – ha detto Sergio Marchionne – è un Paese che
deve imparare a volersi bene, deve riconquistare un senso di nazione”. Non
a caso abbiamo scelto Milano come luogo di nascita del Partito
democratico. Milano è da sempre il simbolo dell’Italia produttiva,
dell’economia che sa interpretare i cambiamenti e trasformarsi con
essi. Milano è la città di tante battaglie democratiche, a cominciare
da quelle della Resistenza. Ma Milano è, per me, e per quelli della mia
generazione, la città nella quale sono caduti uomini come Luigi
Calabresi, come il giudice Alessandrini, come Walter Tobagi, come
quello splendido esempio di italiano coraggioso e per bene che era
Giorgio Ambrosoli. E Milano è stata ed è anche la città di Giorgio
Strehler, di Paolo Grassi, di Indro Montanelli, del Cardinal Martini.
E’ a questa grande città italiana che anche da qui vogliamo far sentire
il nostro sostegno e il nostro impegno per la sfida dell’Esposizione
Universale del 2015. L’identità di noi democratici italiani è
un’identità aperta, che molto deve e qualcosa pensa di poter offrire ad
altre esperienze riformiste, in Europa e oltre. Un’identità che proprio
perché nasce dall’incontro di storie e culture diverse, intende
contribuire a promuovere più ampie e nuove aggregazioni riformiste,
europee e internazionali: un nuovo campo, che oltre quella socialista
esprima la molteplicità delle culture democratiche e dell’innovazione
che esistono in tanta parte del mondo. Per quanto mi riguarda,
sono ben consapevole di assumere una grande responsabilità, che avrò la
fortuna di condividere con tanti altri e per primo con Romano Prodi. E’
una responsabilità nei vostri confronti, di questa Assemblea, di coloro
che hanno sostenuto le mie liste come anche di chi ha preferito
scegliere Rosy Bindi o Enrico Letta, Mario Adinolfi o Piergiorgio
Gawronski. E’ una responsabilità che affronteremo insieme a Dario
Franceschini, che sarà al mio fianco con la convinzione e l’entusiasmo
per un progetto che sognavamo e speravamo insieme già dieci anni fa. Ed
è inevitabilmente una responsabilità, per tutto quello che abbiamo
detto, nei confronti del nostro Paese, di tantissimi italiani, che
molto si aspettano dalla nascita del Partito democratico. Concludo
con le parole di uno di loro. E’ una lettera che mi è arrivata qualche
giorno fa, all’indomani delle primarie. Ha un altro tenore rispetto a
quella della ragazza che lessi a Torino, al Lingotto. E’ un’altra
storia, sono altre speranze, ma mettendole insieme esce il ritratto
della stessa Italia e si capisce la grandezza del compito che ci
attende, il motivo per cui diciamo che la nostra stella polare è data
dall’unione di crescita economica ed equità, di libertà e giustizia
sociale, di opportunità e di solidarietà. “Caro Veltroni”,
inizia la lettera, “mi chiamo Flavio Cima e sono un giovane
imprenditore di Bologna. Non capisco molto di politica e non mi piace
affatto, ogni volta che accendo la Tv, sentire gente che urla e che
litiga. Mi scuserà se le dico che non ho fiducia nel fatto che i
politici possano fare gli interessi delle persone, e in particolare di
quelli come me che lottano disperatamente per riuscire ad affermare un
progetto concreto in cui credono. Sento dire continuamente che bisogna
aiutare i giovani, che l’imprenditoria giovanile va aiutata. Per la mia
esperienza le posso assicurare che se non avessi avuto la mia famiglia
alle spalle non avrei potuto accedere neanche al credito bancario. Ho
rilevato, con l’aiuto economico della famiglia quindi, una piccola
azienda artigiana che produce accessori di abbigliamento di qualità e
sto cercando di posizionare la mia attività su un livello medio-alto
allo scopo di contrastare l’invincibile concorrenza cinese. Ma è dura,
soprattutto per un giovane, riuscire a rimuovere la naturale ritrosia
del mercato ad accettare il nuovo, l’emergente, in definitiva lo
sconosciuto. Lei si chiederà perché le scrivo tutte queste cose. Gliele
scrivo perché ho visto che tante persone domenica scorsa le hanno dato
fiducia e questo ha rassicurato un po’ anche me. Le scrivo perché
secondo me la politica, i politici, dovrebbero occuparsi dei problemi
concreti delle persone e soprattutto dei giovani che, come si dice,
rappresentano il futuro. Le scrivo perché non mi sento diverso dagli
altri ragazzi italiani: certe volte vorrei essere solo preso sul serio,
vorrei che anche la mia piccola azienda sconosciuta potesse per un
momento essere al centro di qualcosa di importante”. E’ in fondo
questo, il senso profondo del Partito democratico, la sua missione e il
suo concreto compito. Far sentire ogni italiano al centro di qualcosa
di importante. Restituire speranza, fiducia nelle proprie possibilità e
nelle opportunità offerte da una società dinamica e giusta, fiducia in
Paese unito, in un’Italia nuova, capace di cambiare, di innovare, di
crescere, abbandonando tutti i conservatorismi e dando precedenza al
futuro.


| inviato da sgterni il 29/10/2007 alle 10:54 | |
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